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Autonomia regionale, la riforma che divide le alleanze e i partiti #adessonews

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verso il voto di Dario Di Vico20 set 2022 Autonomia regionale, la riforma che divide le alleanze e i partitiAutonomia regionale, la riforma che divide le alleanze e i partiti

Siamo nella stagione della primazia degli equilibri geopolitici eppure in Italia al centro del ring c’è il tema dell’autonomia regionale. Paradosso difficile da spiegare al famoso marziano di Flaiano ma anche al più curioso degli osservatori internazionali che si chiede come sia possibile che la coalizione di Centrodestra prima ancora di incassare la probabile vittoria alle elezioni del 25 settembre già litighi, per di più su una materia che di strategico non ha proprio nulla. La dichiarazione-clou di quella che possiamo definire come la telenovela dell’autonomia è del leghista Alberto Villanova, capogruppo alla Regione Veneto, che conversando con i giornalisti del Corriere del Veneto ha minacciato di «lasciare il governo» (quello ancora in mente Dei e forse capeggiato da Giorgia Meloni) se l’autonomia non fosse iscritta al primo posto delle decisioni post-urne. Villanova non è un personaggio conosciuto in ambito nazionale, ma il suo intervento ricalca l’opinione di Matteo Salvini che già promette agli elettori: nel primo consiglio dei ministri sarà varata l’autonomia differenziata tanto cara ai veneti.

Ma come si spiega quello che, per l’appunto, appare al tempo della guerra in Ucraina e delle tensioni su Taiwan un paradosso? La prima spiegazione riporta agli equilibri interni alla Lega, il partito che è stato in testa ai sondaggi lungo la più parte della legislatura e che invece a pochi chilometri dal traguardo delle elezioni anticipate è stato superato alla grande da Fratelli d’Italia. È opinione dei sondaggisti che la colpa del sorpasso sia innanzitutto dello stesso Salvini che con il suo sfrenato attivismo ha finito per generare incomprensioni nella sua stessa base elettorale (Papeete, filo-putinismo, condotta ondivaga dentro la maggioranza che sosteneva Draghi, nostalgia dei tempi in cui l’immigrazione era il tema-chiave) e per spaccare in due il partito. Con la componente dei ministri leali con Mario Draghi (Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia) all’opposizione del leader assieme ai due governatori del Nord Est, il prudente Massimiliano Fedriga e il capo-cannoniere Luca Zaia.

Il caso Veneto

Il governatore del Veneto è l’unico tra i protagonisti di questa vicenda che veramente tiene all’approvazione dell’autonomia. È il suo brand, la sua griffe politica e attorno a questa battaglia ha saputo sicuramente conquistare il consenso degli elettori veneti che hanno prima votato in due milioni a stragrande maggioranza il referendum e poi lo hanno rieletto governatore con percentuali da record. Anche in Lombardia Roberto Maroni alla fine vinse quel referendum del giugno 2014, ma è diverso il sottostante politico-culturale, mentre i lombardi anche di osservanza leghista guardano ormai oltre le Alpi al triangolo con Francia e Germania i veneti vuoi per la loro storia vuoi per un tratto anarchico e anti-statalista che li connota fortemente credono ancora che nell’epoca delle grandi contrapposizioni Usa-Cina-Europa ci sia spazio per le autonomie regionali. Sono rimasti all’epoca delle piccole patrie quando ormai si viaggia con i Super-Stati e il loro capitalismo politico.

Ma tant’è. E siccome tra Salvini e Zaia si è consumata in questi anni sotto il tavolo una feroce competizione dove Matteo ha schierato il partito de facto «contro» l’amministrazione regionale siamo arrivati alla resa dei conti. Il segretario federale teme di subire un tracollo di consensi il 25 settembre e sospetta che, dietro l’incredibile sorpasso che ha portato un partito ex-statalista come FdI a sopravanzare nettamente la Lega nella terra delle partite Iva, ci sia dell’abbondante fuoco amico. Ovvero che Zaia tutto sommato davanti a un default di Matteo si potrebbe fregare le mani. Da qui le dichiarazioni del povero Villanova e il pressing di Salvini su Meloni per fare dell’autonomia la prima scelta del nuovo governo.

Ma ovviamente la quadratura del cerchio è tutt’altro che semplice sia perché la cultura di FdI resta comunque di stampo centralista vuoi perché il partito di Meloni punta a una riforma presidenzialista (e combinarla con l’autonomia regionale è un gioco da prestigiatori della politica).

A complicare il quadro e anche il lavoro degli analisti politici c’è il fatto che il governo Draghi alla fine una legge quadro sull’autonomia differenziata l’aveva preparata grazie all’impegno del ministro Mariastella Gelmini e con tutta probabilità, se Salvini non avesse fatto cadere il governo, quel testo sarebbe stato approvato. Almeno così giura Gelmini, che — non dimentichiamo — nel frattempo ha lasciato Forza Italia per unirsi con Carlo Calenda.

È facile quindi che il Terzo Polo dopo il 25 settembre ponga il quesito a un ipotetico governo di Centrodestra: quella riforma che tanto sta a cuore a Zaia la volete deliberare o cestinare?

Il Movimento 5 stelle e i vescovi

Ma non è finita. Il progetto di autonomia differenziata ha infatti grandi nemici al Sud. Lo slogan coniato dal professor Gianfranco Viesti («la secessione dei ricchi») ha avuto in questi anni un certo successo, non solo lessicale ma anche di sostanza.

La tesi che la legge Gelmini segnerebbe un’ulteriore marginalizzazione del Sud e un aumento delle distanze territoriali non solo è stata fatta propria del Movimento 5 Stelle, ma ha conquistato consensi dentro il Pd dove il vice-segretario Peppe Provenzano, ex dirigente Svimez, la pensa esattamente come Viesti.

E qui ci tocca tornare a parlare dei sondaggi e delle ultime rilevazioni che secondo la Ixè di Roberto Weber danno il partito di Giuseppe Conte in grande recupero nelle regioni meridionali fino a sfiorare una quota territoriale pari al 25%. È probabile che sia i 5 Stelle sia il Pd vengano relegati all’opposizione nel prossimo Parlamento e quindi non possano mettere bocca sulle scelte del nuovo inquilino di Palazzo Chigi, ma un consistente consenso nelle regioni del Sud avrebbe l’effetto di creare nel Paese una minoranza di blocco nobilitata dalla possibilità di sventolare la bandiera della mai risolta Questione meridionale. Paradossalmente l’orientamento di Conte finirebbe per supportare i dubbi di Meloni sull’autonomia, confondendo ulteriormente le carte. E incrociando anche i dubbi della Chiesa che sono stati già ampiamente resi dalla riunione di 30 vescovi delle aree interne, tenutasi a Benevento due settimane fa alla presenza del presidente della Cei Matteo Zuppi: «L’autonomia differenziata allarga le disuguaglianze e spacca il Paese».

Il riepilogo non sarebbe completo se saltassimo gli equilibri interni al Pd sempre su questo delicato e divisivo tema. E sì, perché il principale partner a sinistra dell’azione di Zaia è il governatore dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini che ha collaborato con il Veneto per creare una piattaforma comune che comunque validasse la scelta autonomistica come richiesta non solo dai soliti anarchici del Veneto, ma anche del capitalismo amministrativo emiliano. Il caso vuole poi che proprio Bonaccini, secondo i rumors, potrebbe ambire alla leadership del Pd in caso di grave sconfitta elettorale e di sostituzione al vertice di Enrico Letta. E chi avrebbe come concorrente Bonaccini nella sua marcia su Roma? Proprio l’attuale vice-segretario Provenzano, acerrimo avversario dell’autonomia differenziata. Per ora è tutto, ma annotate pure la parola «autonomia» nell’agenda politica del dopo 25 settembre. E comprate una buona provvista di popcorn.

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