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Infermieri tunisini: niente riconoscimento, mancano 305 ore #adessonews

In Italia mancano infermieri. Ne mancano tanti, tantissimi e non è nemmeno una novità. Solo nella sanità il nostro paese ha un deficit strutturale di 60mila professionisti, a cui si devono aggiungere almeno una parte di quelli nuovi previsti per le case della comunità.

In questo contesto, arriva la notizia del diniego da parte del ministero della Salute al riconoscimento dei titoli per un infermiere tunisino, iscritto al proprio ordine, che lavora già – ma non come infermiere – in una struttura della Lombardia. La formazione universitaria prevista in Tunisia per avere la qualifica professionale di infermiere ammonta fra teoria e pratica a 4.200 ore mentre in Italia ne sono richieste 4.600. Nel caso specifico, in realtà, le ore svolte e documentate sono state 4.295. A fronte di questo delta formativo il ministero ha respinto la richiesta.

Le 305 ore mancanti, su un monte ore di 4.600 ore, equivalgono al 6,6% del monte ore previsto in Italia. Abbastanza per temere un gap di formazione? O al contrario tutto sommato un “pezzetto” non così rilevante, soprattutto in un contesto di emergenza come quello attuale? O – ancora – il cavillo burocratico per nascondere una tutela “di casta” o “autoctona”? Luca Degani, presidente di Uneba Lombardia, pone il tema dello «spreco di competenze e risorse umane, in un momento di assoluta emergenza. Questa persona dovrà fare una formazione ulteriore per integrare le ore mancanti, con una Università che dovrà identificare i contenuti mancanti alla sua formazione e in quali corsi erogati li possa ottenere. I corsi però si svolgono in periodo curricolare… detto così non penso ci voglia molto meno di un anno. Non solo, il fatto è che non stiamo parlando solamente del caso singolo. Dalla risposta del ministero si evince che per un delta formativo dell’ordine del 6%, l’Italia rinuncia a tutti gli infermieri tunisini, che peraltro avrebbero una facilità anche linguistica a lavorare nel nostro Paese. Ha davvero senso?».

È evidente che le norme esistenti sono a garanzia del paziente. Che vanno rispettate e che per cambiarle serve un atto legislativo. Sappiamo anche il nostro sistema di sicurezza e riconoscimento titoli è tra i più severi al mondo. Ma fino a quando possiamo fingere che non stiamo vivendo un’emergenza? È, forse, un discorso analogo a quello che riguarda gli educatori, con Regione Lombardia che nei mesi scorsi, attestata l’impossibilità di trovare educatori con laurea L19 da inserire nelle unità d’offerta sociale (che vanno dai servizi per la prima infanzia ai servizi di accoglienza residenziale per minori o per persone con disabilità fino ai Cag e ai centri ricreativi), ha temporaneamente riconosciuto agli enti gestori la possibilità di assumere personale con altri titoli di studio «per completare il fabbisogno di personale educativo». Una toppa, insomma, per tamponare l’emergenza, che nulla toglie alla necessità di una formazione rigorosa per tali professionisti.

Nell’emergenza Covid, d’altronde, sono state fatte norme che permettono alle regioni, fino alla fine del 2023, di andare in deroga rispetto al processo di verifica dei titoli: opzione esercitata da Lombardia e Piemonte durante le fasi acute dell’emergenza Covid e ora dalla Calabria con i medici cubani. Anche il decreto n. 21 del 21 marzo 2022 consente di assumere direttamente medici, infermieri e personale ausliario in fuga dalla guerra in Ucraina,saltando il riconoscimento delle competenze e il possesso della cittadinanza italiana: possono esercitare in via temporanea in Italia fino al 4 marzo 2023 con contratti a tempo determinato o con incarichi libero professionali, anche di collaborazione coordinata e continuativa.

Questa casistica è effettivamente differente rispetto alla richiesta di riconoscimento dei titoli fatta dall’infermiere tunisino in questione: il riconoscimento dei titoli permette di iscriversi al nostro albo professionale, che funziona con le regole del nostro paese e quindi richiede che il percorso fatto all’estero sia del tutto sovrapponibile a quello previsto in Italia, mentre le deroghe citate permettono alle regioni, bypassando le indicazioni nazionale solo per un periodo limitato, di esercitare la professione con la sola attestazione delle caratteristiche e dei requisiti richiesti per farlo nel paese di provenienza.

Il tema è oggettivamente complesso e articolato, con tanti tasselli. Uno riguarda il tetto alle assunzioni nel SSN e il ministero della Salute stava tentando di ottenere che i tetti si allentassero un po’: collegato al Pnrr c’è un investimento sulle Case della Comunità che prevede assunzioni e già nella legge di bilancio approvata a fine 2021 è prevista la stabilizzazione di circa 50mila persone nelle professioni sanitarie. In Conferenza Stato Regioni sta per arrivare una norma che riconosce l’equipollenza di fatto della specializzazione in medicina di emergenza-urgenza con altre specializzazioni, così che possa esserci una maggior presenza di medici in Pronto soccorso. Si stava lavorando anche al riconoscimento per gli operatori sanitari dell’emergenza-urgenza nell’elenco delle professioni usuranti. E poiché il problema della mancanza di risorse riguarda sia le figure sanitarie sia quelle sociosanitarie, l’attesa riforma della non autosufficienza, il cui disegno di legge – dicono dal ministero della Salute – dovrebbe essere presentato nell’ultimo Consiglio dei Ministri di questa legislatura, sarebbe un’altra importante tessera del puzzle.

Photo by Patty Brito on Unsplash

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