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Il gulag dietro la cortina di fuoco: così la Russia opprime e sfrutta la popolazione nei territori occupati #adessonews

Se manca l’elettricità, come a Mariupol, mandano in strada grandi schermi a led montati su camion a mostrare i notiziari russi. Raccontano che gli ucraini sono nazisti, aiutati da nazisti tedeschi e italiani, che bombardano i quartieri civili delle proprie città e se la Russia non fosse intervenuta i gay e lesbiche europee avrebbero obbligato tutti a partecipare ai loro cortei». Per russificare, il primo passaggio è spezzare la speranza. Dice Honcharenko: «Cercano di convincere la gente che mai l’Ucraina saprà lanciare una controffensiva e che la gente deve solo rassegnarsi. Esattamente come avveniva nell’Unione sovietica». Dunque, continua il deputato, è fondamentale la «cancellazione della memoria: a Mariupol hanno addirittura cambiato il nome in Zdanov come ai tempi sovietici. Bruciano libri, sostituiscono monumenti ucraini con simbologie russe. Nelle scuole ci saranno solo libri russi che raccontano la solita vecchia favola che russi, bielorussi e ucraini sono lo stesso grande popolo e, in sostanza, l’Ucraina non esiste». Sta succedendo davvero.

Nella libreria della scuola di Borova, il villaggio vicino a Kharkiv, sono scomparsi i libri ucraini e sono apparsi quelli russi. «Se metti una persona in un campo di concentramento non è perché lo vuoi convincere, ma è perché ne vuoi spezzare la volontà e l’identità. Nei territori invasi, i russi si comportano allo stesso modo», sostiene il governatore di Zaporizhya Starukh. Seguono, inevitabilmente, misure amministrative dai livelli più minuti fino alle più grandi. Il canale Telegram di Borova riferisce che agli abitanti vengono offerti 15 rubli (25 centesimi di euro) per ogni palo decorato dalla bandiera russa. A chi chiede la cittadinanza dell’oppressore è riservato un premio di diecimila rubli (170 euro) e tra Kherson e Zaporizhya circa ventimila persone, secondo fonti russe, avrebbero ottenuto il passaporto. Russe diventano la rete telefonica, la scadente marca del latte nei negozi, le pensioni, la moneta (con le grivnie ucraine cambiate in rubli alla metà del loro valore). Russi sono il servizio dei bus, sempre vuoti, che collegano alla Crimea e il pacchetto di vacanze-studio che portano gli scolari di Kherson proprio in Crimea.

Neanche queste azioni sono fini a se stesse, perché sembrano preludere a referendum – anch’essi Potemkin – di «annessione» dei territori alla Russia stessa se la situazione militare dell’autunno lo permetterà. Di recente Kyrylo Stremousov, un russo che è vicecapo dell’«amministrazione civile-militare» della regione di Kherson ha parlato di questa prospettiva e la stessa intelligence militare di Londra lo conferma apertamente. Ma niente di tutto questo sarebbe pensabile senza l’appoggio di ucraini che per convenienza, ambizione o adesione collaborano. La zona grigia È il caso di Volodymyr Saldo, già deputato nel parlamento ucraino, ma fulmineo nell’assumere una postura filo-Putin che gli è valsa la nomina a governatore di Kherson: ora si rivolge ai cittadini attraverso Telegram con la bandiera russa alle spalle. È il caso anche di Konstantin Ivaschenko, che ha colto l’arrivo dei russi per diventare finalmente qualcuno a Mariupol. Loro sono i nuovi kapò. Ma i racconti da dietro la cortina fanno capire che esiste una zona grigia più ampia – chissà quanto – di chi cerca di convincersi e di adattarsi invece di lottare. Neanche l’Ucraina è esente da ciascuno dei lati della sfaccettatissima natura umana.

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