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La cultura tradita. Una storia italiana #adessonews

Ci sono un francese, un italiano e un cubano. Sembra l’inizio di una storiella che, però, non fa affatto ridere, perché parla di un’Italia la cui classe politica sembra più incline a riempirsi la bocca di retorico orgoglio nazionale che a rispettare la libertà e la dignità delle sue istituzioni. Protagonista è uno splendido esemplare di ebanisteria decorata: una commode realizzata nel 1744 per Luigi XV e destinata al castello di Choisy, maison de plaisance del re di Francia; nelle linee vibranti e nelle forme esuberanti di questo pezzo più unico che raro, il raffinato talento di un francese, appunto, Antoine-Robert Gaudreaus, si fonde con la sapienza magistrale dell’erede di una tradizione italiana promossa nella corte borbonica dal cardinale Mazzarino, Jacques Caffieri, figlio del napoletano Filippo già attivo per Alessandro VII Chigi. Il cubano, invece, è Alvar González-Palacios, esule in Italia dopo la rivoluzione di Fidel Castro, allievo di Roberto Longhi e celebre storico dell’arte specializzato in arti decorative che come Salomone (ma con un epilogo meno edificante del racconto biblico) verrà chiamato ad arbitrare non senza qualche forzatura la paternità dello stupendo mobile conteso tra Italia e Francia dopo la morte della sua ultima proprietaria. Un “oggetto crocevia”, questo, che per molte sue caratteristiche difficilmente si lascia assegnare a una sola tradizione nazionale, e che anzi rappresenta squisitamente l’internazionalità delle arti. Relegata sullo sfondo di questa storia, c’è la Costituzione italiana e in particolare l’interpretazione di un passaggio contenuto nell’articolo 9: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”. Passaggio fondamentale per la nostra diplomazia culturale ma anche per un’idea di Italia, perché, come si vedrà, rende necessario interrogarsi su cosa sia e come si possa descrivere una cultura nazionale che in alcun modo può essere definita su basi etniche, e il cui patrimonio meticcio, al contrario, manifesta una profonda e antica multiculturalità.

A raccontare questa intricata avventura senza lieto fine, è Gino Famiglietti, funzionario del MIBACT (oggi MiC) già vicecapo dell’Ufficio legislativo, direttore regionale in Lombardia e Molise, direttore generale per l’Archeologia, per gli Archivi e infine per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio, oltre che collaboratore alla stesura della legge Galasso e del Codice dei Beni culturali e del paesaggio. Il volume (una cronaca densa di documenti di prima mano che delinea con toni polizieschi e talvolta sciasciani un ritratto del nostro Paese) si intitola La commode. Una storia italiana, ed è stato pubblicato a marzo del 2022 da Castelvecchi editore nella nuova collana “Antipatrimonio” diretta da Maria Pia Guermandi e Tomaso Montanari. Un progetto editoriale militante, quest’ultimo, nato durante la pandemia con l’intento di portare l’azione di Emergenza cultura, il sito che da diversi anni promuove un discorso alternativo sulla tutela e sulla gestione del patrimonio culturale, a una più efficace azione di denuncia leggendo i casi contingenti come sintomi di fenomeni politici e sociali più ampi. Per non dimenticare che il patrimonio culturale è, appunto, materiale infiammabile e inesorabilmente politico: terreno e strumento del potere, mezzo di comunicazione e di propaganda, ma anche espressione di identità, di appartenenza a luoghi o tradizioni, di memorie collettive non solo nazionali. È esattamente questa natura del patrimonio, così scivolosa e così facilmente travisabile e strumentalizzabile, che emerge nella storia raccontata da Famiglietti.

La preziosa commode oggetto del contendere sparisce misteriosamente dalla Francia nel 1794, durante le spoliazioni provocate dalla Rivoluzione francese e la distruzione, insieme con altre vestigia dell’Ancien Régime, del castello di Choisy. Ricompare a Roma solo nel 1962, tra gli averi della triestina Josa Sedmach, ricca e anziana vedova di Oswald J. Finney, uno dei più importanti uomini d’affari inglesi e appassionato collezionista d’arte. Dopo aver perso il marito nel 1943, la donna continua a vivere tra Londra e Alessandria d’Egitto ancora per dieci anni dopo il colpo di stato contro re Faruq I nel 1952, per poi decidere di trasferire definitivamente la sua residenza a Roma e prendere alloggio dapprima all’Hotel Excelsior e poi a Via dei Monti Parioli. I magnifici arredi e le meravigliose opere d’arte al seguito della signora Sedmach vengono allora trasportati in città dalla ditta specializzata Gondrand: ed è qui che inizia una lunga serie di misteri e di svolte avventurose. Per ignoti motivi, in questa circostanza la ditta non rispetta la normativa italiana in materia di tutela del patrimonio culturale allora vigente, che richiederebbe, allo scopo di contrastare il mercato clandestino, di notificare l’ingresso temporaneo di beni di notevole interesse in modo da consentire alla proprietaria di tenerli nel suo domicilio romano in regime di franchigia, per poi potere, eventualmente, riesportarli previo controllo, da parte delle autorità, della loro corrispondenza agli oggetti già certificati. Un atto mancato gravido di conseguenze, perché secondo la legge i beni così introdotti nel territorio nazionale (passaggio che non poteva davvero essere ignorato da esperti spedizionieri internazionali) vengono automaticamente assoggettati alla legge italiana di tutela del patrimonio storico e artistico. Una bizzarra dimenticanza, o una scelta consapevole, da parte della stessa signora Sedmach, di lasciare il suo tesoro all’Italia? Il mistero intorno a questo passaggio si infittisce quando, il 13 marzo del 1983, la donna muore all’età di circa novantuno anni disponendo che tutti i suoi arredi vengano venduti all’asta e il ricavato devoluto a un’istituenda fondazione per l’assistenza agli anziani. In un lasso di tempo stranamente breve, appena quattro giorni dopo la nascita della Fondazione Finney, un’asta internazionale è già stata organizzata a Venezia e la commode viene aggiudicata a un antiquario francese per la vertiginosa somma di 788.983.050 lire italiane. A questo punto sembrerebbe pronta a essere esportata e sparire nuovamente in mano privata ma, per il motivo appena ricordato, è necessaria un’autorizzazione che viene negata. I colpi di scena, tuttavia, proseguono e si inseguono ancora dal 1986, anno in cui l’oggetto viene giustamente riconosciuto parte del patrimonio italiano in quanto straordinaria testimonianza ascrivibile a esperienze artistiche già secentesche maturate in un contesto cosmopolita e globale, fino al 2013, quando sotto la tenace pressione di interessi privati e piaggerie, tra successive manovre e disillusioni, il vincolo viene smontato e rimosso, e la commode (dichiarata ora opera esclusivamente francese) viene trasferita a Versailles, dove tutt’oggi una didascalia museale crudelmente omette l’apporto fondamentale di Jacques Caffieri alla realizzazione dell’opera.

Nel mezzo, diversi cambi di vertice al Ministero della Cultura (e diversi cambi di denominazione), tra cui la stagione dell’indimenticato Sandro Bondi, quando la lotta di alcuni per conservare all’Italia lo splendido manufatto dà impulso a un’interrogazione parlamentare rivolta al ministro da Giovanna Melandri, e coinvolge in prima persona lo stesso Famiglietti (il quale, per aver contribuito a redigere il parere favorevole al mantenimento del vincolo sull’oggetto, viene spedito in una sede di lavoro periferica).

In questo frangente, Salvatore Settis scrive un articolo dal titolo Il comò che inaugura la svendita dei beni culturali (“la Repubblica”, 16 novembre 2009), in cui pone l’inquietante spalancato dalla torbida contesa: “Saranno esportabili i quadri di artisti portoghesi, fiamminghi, provenzali, catalani presenti nelle nostre chiese, collezioni e musei? Non fanno parte del patrimonio artistico italiano i van Dyck di Genova, i Rubens di Mantova e di Roma, l’Innocenzo X o il Francesco I d’Este di Velàsquez? Diventeranno ipso facto esportabili le centinaia di arazzi fiamminghi in musei, chiese, case e collezioni private? Dovremmo disfarci anche dei bronzi di Riace, visto che sono indubbiamente opera di artisti greci?”.

Sono domande ancora attuali e che pure non dovremmo aver bisogno di porre, dal momento che la legge italiana fonda la tutela sui caratteri intrinseci delle opere e non sulla nazionalità, non sull’etnia, non sul sangue di chi le ha prodotte. Mentre c’è chi ancora oggi invoca uno ius sanguinis per le persone, infatti, sono proprio le leggi e la costituzione italiana, la tutela del patrimonio culturale e la nostra stessa storia dell’arte a indicarci un altro modo di definire l’identità nazionale: un legame di comunione con il territorio, il paesaggio, la storia, i monumenti, le influenze reciproche. Un legame che potrà forse essere coltivato con lo ius scholae discusso in queste settimane, se avremo il coraggio di riconoscere che non si tratta di più di decidere se moltitudini di ragazzi di ogni provenienza saranno italiani, ma che italiani saranno e come vivranno la loro vita di cittadini.

La vicenda raccontata in questo libro, dunque, ci impone una riflessione più ampia rispetto al singolo caso esemplare: perché l’interpretazione del nostro patrimonio riguarda anche ciò che intendiamo quando ci diciamo italiani.

Gino Famiglietti
La commode. Una storia italiana
Castelvecchi editore, 2022
204 pagine, 20 euro

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