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“Collana viola”, quando Calasso si arrabbiò con Bollati #adessonews

Forse non è esattamente una lettura da spiaggia e da caldo soffocante, ma il carteggio Pavese – De Martino da poco riproposto dopo trent’anni, in una nuova edizione per Bollati Boringhieri è uno di quei libri su cui in Italia si sono spesso incrociate le armi (della dialettica, beninteso) fra case editrici e intellettuali. Un libro che divide. Parliamo, ovviamente, di La Collana viola, dedicato al lungo travaglio dell’antropologo e dello scrittore intorno a un’iniziativa einaudiana che ebbe il sapore dello scandalo. La Collana einaudiana (viola dal colore del riquadro in copertina) propose infatti a partire dal ’48 (ma si cominciò a parlarne addirittura nel ’42), testi che parevano al bando perché considerati irrazionalisti e in odore di fascismo o nazismo: fra questi lavori oggi considerati fondamentali come Figlie del Sole di Kerényi, Il ramo d’oro di Frazer, Le radici storiche dei racconti di fate di Propp, Sesso e repressione sessuale tra i selvaggi di Malinowski.

Mentre l’Italia cercava di edificare una nuova democrazia, ecco che persino l’antropologia, magari alla luce dell’eredità crociana, suscitava sospetti. Per non parlare dei ricordi bellici. E’ significativa ad esempio la lettera di Pavese a De Martino dove lo scrittore rivendicava il diritto di pubblicare, come fece, un libro di Mircea Eliade: anche se il grande studioso di religioni era «un fuoruscito», cioè aveva lasciato la Romania dopo la presa del potere da parte dei comunisti. Muscetta e i marxisti einaudiani non ne volevano sapere. Bisognava perciò aggirarli con prefazioni anatema (anche perché effettivamente Eliade durante la guerra aveva a quanto sembra simpatizzato con l’estrema destra rumena).

Si iniziò senza problemi ideologici con lo stesso De Martino e il suo Il mondo magico, destinato a divenire un classico. E in dieci anni di vita la collana, come scrive ora nella nuova introduzione Pietro Angelini, ebbe da un lato un evidente successo (ma l’editore ne faceva circolare poche copie, ragion per cui finivano presto), dall’altro una vita assai travagliata, perché «cambiò due volte sigla, due volte proprietà, tre volte dicitura, tre volte numerazione, tre volte direzione. Solo la veste, come il sorriso della sfinge, rimase pervicacemente immutata, a sostenere puntigliosa l’inalterabilità della forma-collana nell’avvicendarsi dei libri e degli uomini». Sopravvisse al suicidio di Cesare Pavese, e i titolo passarono nel ’57 alla nuova casa editrice fondata da Paolo Boringhieri, restando una costante pietra dello scandalo. Ancora nel ’92 la ripubblicazione di Leo Frobenius (Storia delle civiltà africane, che in origine era nella “viola”) da parte di Giulio Bollati (al timone di quella che intanto era diventata la Bollati-Boringhieri) fece discutere anche aspramente due editori di primissimo ordine, contrapponendolo a Roberto Calasso a causa della prefazione firmata da Ranuccio Bianchi-Bandinelli, nel frattempo scomparso: che era grande amico del padre di Calasso e con lui, dopo l’attentato fiorentino a Giovanni Gentile, era stato preso in ostaggio e aveva rischiato di essere ucciso per rappresaglia.

In quello scritto Bianchi-Bandinelli riconduceva Frobenius, con «una linea ideale», a Spengler e infine a Rosenberg, e al suo “Mito del ventesimo secolo”, il vangelo nazista. Il che sembrava un po’ forte. In realtà si trattava della prefazione all’edizione del 1950, appunto nella collana viola, molto severa considerati i tempi, ma alla Bollati Boringhieri non l’avevano segnalato. Calasso, in un’intervista, fu durissimo, sostenendo che l’omissione era «penosa». Giulio Bollati incassò, e la cosa sembrò finire lì. In realtà divideva da sempre i due editori la tesi, sostenuta da Bollati e negata con forza da Calasso, che la linea culturale di Adelphi nascesse proprio dalla costola einaudiana della collana viola. De Martino e Pavese, che avevano già le loro belle gatte da pelare per pubblicare quei libri, mai avrebbero immaginato che a distanza di tanto tempo la loro creatura avrebbe dimostrato una così travolgente vitalità. Come il sorriso di una sfinge.

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